Autore: Luigi Graziano Di Matteo • 26/03/2026 14:43
La regione salentina è un’area geografica che si distingue non solo per la bellezza del suo mare, che attrae moltitudini di turisti, ma anche per il suo patrimonio culturale e storico, che la differenziano dal resto della Puglia.
Un componente importante di questo patrimonio è la pietra leccese, in salentino leccisu, definita anche il marmo dei poveri. Si tratta di una roccia calcarea unica nel suo genere, che viene estratta da cave a cielo aperto in tutto il Salento e soprattutto a Lecce, ma anche in altri comuni come Corigliano, Cursi, Maglie, Melpignano.
Scopriamo insieme la storia dell’anima calcarea del Salento.
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La pietra leccese risale a milioni di anni fa: essa si formò durante il Miocene grazie al progressivo accumulo di sedimenti marini. In quel periodo, il mare ricoprì la terra dell’attuale Salento, per poi ritirarsi a poco a poco lasciando uno strato roccioso di origine calcarea.
Questa pietra, dunque, è costituita perlopiù da carbonato di calcio, e al suo interno è possibile rinvenire vari tipi di minerali e fossili di origine marina.
L’unicità della pietra leccese è dovuta principalmente alle sue caratteristiche fisiche. Essa si presenta con tonalità che vanno dal giallo chiaro al bianco con possibili sfumature di grigio o beige.
Appena estratta dalle cave, essa è morbida, leggera, malleabile, lucente. Questo le conferisce una notevole lavorabilità. Successivamente, quando esposta all’aria e agli agenti atmosferici, diventa dura e resistente.
Grazie alla sua ottima lavorabilità, la pietra leccese, nel Cinquecento, suscitò l’interesse di molti scultori e architetti salentini che ne fecero uso per opere d’arte, decorazioni, monumenti, edifici storici: nacque così una nuova corrente artistica, il Barocco salentino. Tra le opere più rappresentative di questa corrente artistica, a Lecce, individuiamo la Basilica di Santa Croce. Spiccano anche le opere seicentesche: il Palazzo del Governo, il Duomo, il Seminario.
Fu usata anche per le case salentine: con questa pietra si realizzavano le tipiche volte leccesi, tra cui le volte a stella o a spigolo, il cui scopo era quello di evitare la dispersione del calore e rendere le case più calde d’inverno e più fresche d’estate.
Numerose, dunque, sono le potenzialità della pietra leccese. Per approfondire i segreti della sua lavorazione, abbiamo incontrato Renzo Buttazzo, scultore e designer che ci racconterà il modo in cui egli ha dato un nuovo respiro ad un materiale millenario.

Maestro, la pietra leccese è indissolubilmente legata all'architettura classica e ai decori del Barocco salentino. Lei, invece, l'ha spogliata della sua rigidità trasformandola in sculture e opere di design dalle linee fluide, leggere e organiche. Come è nato questo bisogno di "sfidare" una tradizione così imponente e portare la pietra nel contemporaneo?
Io ho iniziato a lavorare la pietra nel 1986, e da allora ho passato la mia vita a sperimentare, ad esaminare i risultati che la pietra forniva in base alle geometrie che usavo. Sono passato da forme geometriche di vario tipo a forme esagonali, per poi arrivare alle forme morbide e fluide che si ritrovano nel contemporaneo delle mie opere. Quindi, queste ultime forme rappresentano la fine di uno studio che ho fatto per decenni.
Negli ultimi anni mi sono legato strettamente alla natura. Io vivo in simbiosi con la natura, in una forma di estrema devozione verso ciò che essa mi fa vedere. I miei occhi catturano particolari che arricchiscono la mia creatività.
Per fare questo lavoro, devi avere una grande capacità di intendere la natura per com'è. Ciò non significa riprodurre la natura, perché farlo è impossibile; significa interpretare ciò che essa fa.
Dedicarsi a fare tutto ciò significa vivere un cambiamento, una crescita costante fino a quando non arrivi a uno stato di “illuminazione”, che spero arrivi il più tardi possibile, cosicché continuerò a lavorare per il resto della mia vita. Perché la creatività è fatta proprio di questo: è un nutrimento. E chi si nutre di qualcosa che fa bene, difficilmente poi lo abbandona.
Lavorare questa pietra significa immergersi letteralmente nella sua polvere fine e chiara. Qual è il suo rapporto fisico e tattile con il blocco grezzo durante le fasi di sbozzatura e levigatura? C'è un momento esatto in cui sente che la materia rigida inizia a "respirare" sotto le sue mani?
Questa è una bellissima domanda, un'introspezione di ciò che è l'anima del laboratorio. Quando si entra nel laboratorio, si entra in una bolla d'aria in cui si è “ovattati”. Lì dentro non esiste niente: esiste solo la pietra.
Per mia filosofia, io quando lavoro la pietra uso solo attrezzi manuali, quindi la devo sempre toccare sempre. E io adoro toccarla, ho bisogno di sentirla. Il mio rapporto con la pietra è veramente pazzesco: è come se avessi un figlio tra le mani che sto plasmando. Nel momento in cui sto usando la raspa, sto levigando la pietra, la sto plasmando, provo una sublime sensazione di piacere.
Il mio fine ultimo è creare l'ultima texture per toccare con le mani tutta la sua forma morbida e liscia, che dà delle sensazioni pazzesche. Io, lavorando, mi nutro di questa cosa.
La pietra percepisce ogni tuo minimo movimento: quando passi la carta vetrata, la stai accarezzando. Io passo otto tipi di carta vetrata diversi. Quindi io per otto volte, dopo che le ho dato colpi di martello con lo scalpello e dopo che ho usato la raspa, arriva la “carezza” della carta vetrata.
La fase finale è sublime perché arrivo così allo stadio finale dell'opera, in cui oltre alla sua funzione visiva, emerge anche la sua funzione tattile, sulla quale io lavoro moltissimo.
Infatti, io invito tutti i miei clienti a toccare le opere. Nelle gallerie non si può fare, ma io dico a tutti: lavatevi le mani e toccatele, accarezzatele, perché dentro la superficie di quell'opera c'è la mia mano che ha lavorato per giorni.

Questa pietra calcarea ha origini marine e spesso, scolpendo, si portano alla luce frammenti di fossili e conchiglie intrappolati da millenni. Quando incontra queste "memorie" durante la lavorazione, come sceglie se inglobarle nel suo design o se assecondare l'idea originale che aveva in mente?
La bellezza della superficie della pietra è la possibilità di trovare milioni di fossili. Ad esempio, io trovo denti di squalo dell'epoca mesozoica, sia grossissimi, sia piccoli. E questi fossili sono tutte impronte digitali del passato di questa pietra. Sono una testimonianza della vita, sono il suo tatuaggio, il suo DNA.
Quando io lavoro la pietra nella superficie, e c'è un fossile che non viene via, io lo lascio lì: non mi accanisco a toglierlo, ma faccio sì che rimanga parte della pietra. Ad esempio, di recente ho realizzato una scultura rotonda che ha dentro un'inclusione meravigliosa che l'attraversa: sembra Saturno, ed è bellissimo.
Noi non dobbiamo dimenticarci che lavoriamo la pelle della Terra. Io ringrazio sempre la madre Terra che mi ha donato questo materiale che io trasformo in opere.
Nelle sue collezioni, la scultura pura si fonde spesso con il design d'interni, dando vita a lampade, sedute e oggetti d'arredo. Come riesce a bilanciare l'estetica dell'opera d'arte con la funzionalità quotidiana, gestendo la naturale porosità e delicatezza di questo materiale?
Questa è una bella domanda, perché molti pensano di comprare una coppa e usarla come fosse un contenitore, mettendoci dentro l'acqua, la frutta, gli oggetti. Ma la pietra leccese non ti dà queste possibilità.
Nel 1996 feci la prima collezione di lampade al mondo realizzate con questa pietra. Ma non erano strutturate affinché potessi leggere un libro o illuminare una stanza. Quando accendevi le mie lampade, la luce al suo interno era color ocra o dorata. Essa serviva solo a creare un'armonia di luce, a riprodurre quella luce che al tramonto raggiungeva le chiese leccesi, che diventavano rosse.
La bellezza delle lampade si aveva quando erano spente: io lavoravo sulla texture esterna e sulla forma esterna, non molto sulla luce. Stessa cosa per le coppe: esse venivano fatte con striature, lavorazioni varie, ma dentro potevi al massimo metterci oggetti decorativi, o addirittura non potevi metterci niente.
L'intento del design, quando entrai in quel mondo nel 1996, era quello di realizzare dei pezzi in produzione limitata a mano, in pietra. Questa cosa fu molto importante per i giornalisti e i creatori di quei tempi, perché implicava che si stesse aprendo una nuova epoca verso un artigianato più evoluto, più di ricerca.
Quindi quegli oggetti non sono più rimasti dei complementi di design, bensì delle mini-opere. La coppa veniva comprata solo per estetica, perché si era raggiunto quel leggero, sottile confine fra arte e design: le arti applicate.

Oggi c'è il rischio che l'artigianato legato alla pietra locale si appiattisca sulla produzione in serie per i turisti. Qual è il suo consiglio per i giovani creativi che vogliono avvicinarsi a questa materia antica? Come si può tutelare e proiettare nel futuro un'arte così preziosa senza snaturarla?
Questo è un progetto di cui io mi occupo dalla fine degli anni ‘90/inizio anni 2000, in cui iniziai a rivolgermi alle amministrazioni, alle province, facendo notare loro che ci fossero tanti ragazzi persi, senza alcuna consapevolezza di cosa fare, senza voglia di studiare, senza voglia di far nulla. E che fosse ora di iniziare a fondare delle scuole di artigianato, in cui insegnare ai ragazzi cosa volesse dire produrre con l'utilizzo delle mani, imparare un mestiere che ci appartiene. Soprattutto perché solo così manteniamo la memoria storica: lo possiamo fare solo se i maestri o le persone la trasmettono. È inutile che io sia bravissimo a fare questo o quello se io non trasferisco queste mie informazioni ad altre persone che possano portare avanti il mio credo.
Questi ragazzi, se non hanno una guida, non vanno da nessuna parte. Per guida intendo dei personaggi che hanno fatto dei percorsi, che hanno lasciato il segno nella storia. E per salvarsi, questi giovani dovrebbero seguire dei corsi con delle persone specializzate che gli insegnino cosa vuol dire mantenere una tradizione. Perché io stesso non sarei andato da nessuna parte se non avessi guardato prima la tradizione, prima il Barocco e avessi visto cosa succedeva con la pietra. La pietra prende la luce, l'assorbe e trasmette luminosità. Il marmo non lo fa, esso raffredda.
Io ho studiato questo per 25 anni. Se tu non capisci che la pietra è luce non puoi lavorarla, ma se non c'è qualcuno che te la spiega, che te la fa percepire, conoscere, capire, tu non riuscirai a entrare in quella materia.
I giovani di oggi sono persi perché non c'è nessuno che gli dà un giusto indirizzo verso il quale rivolgersi. Hanno bisogno di informazioni legate a marketing digitale, scultura, utilizzo delle mani, utilizzo del pensiero, utilizzare il virtuale quando serve. Io utilizzo il virtuale nella maniera giusta, perché mi permette di velocizzare i rapporti con i clienti, con le gallerie, con le persone.
Quindi bisogna insegnarlo, ma c'è bisogno delle istituzioni che facciano un passo avanti e creino delle scuole con delle guide che insegnino ai ragazzi che abbiano voglia di studiare e percepire cos'è l'artigianale, partendo dal passato: non si può guardare al futuro se non si guarda al passato, assolutamente.
Le istituzioni non possono abbandonare i ragazzi così, non possono arrampicarsi ad investire soldi inutilmente: i corsi devono essere fatti bene, io voglio che il ragazzo si formi, che esca e possa dire di avere tutte le capacità per fare quello che deve fare.
Io tengo un corso per ragazzi autistici in un'accademia sociale, e li aiuto a scolpire la pietra. Ogni volta che vado lì mi riempio di una gioia inimmaginabile: mi succhiano tanta energia, ma sono strafelice di vedere in questi ragazzi la capacità di creare qualcosa. È bello poter parlare con i loro genitori o tutori e dire: “l’hanno fatto loro”.
È bello poter dire che con le mani puoi fare tutto anche se sei un ragazzo speciale. Ho formato sei ragazzi, li ho assunti, lavoravano con me per fornire tutte le gallerie.
Avevano 17 anni quando sono entrati. Se ne sono andati quando ne avevano 25. Avevo creato dei “mostri”: avevano un'etica, un modo di pensare, un modo di lavorare, una puntualità, una precisione. E i loro genitori mi ringraziavano.

In conclusione, la pietra leccese non è un semplice patrimonio storico, ma è una forma d’arte da preservare e tramandare nel tempo.
La ricerca e la sperimentazione che sono protagoniste dei lavori di Renzo Buttazzo testimoniano che l’antichità e la modernità possono sempre trovare un punto di incontro. Perché l’arte si reinventa sempre, e la sua bellezza si può individuare anche nella contemporaneità e nella quotidianità. E lo dimostrano i numerosi riconoscimenti ricevuti in Italia, così come all’estero, per le sue opere.
Ringraziamo Renzo Buttazzo per averci portato nel mondo della pietra leccese ed approfondito i segreti di un’arte con una ricca storia alle spalle.
Rivista online registrata al Tribunale di Napoli n. 43 del 23/03/2022
Direttore: Lorenzo Crea
Editore: Visio Adv di Alessandro Scarfiglieri
Insight italia srl (concessionario esclusivo)
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