Autore: Serena Trivelloni • 19/01/2026 11:23
C’è un filo invisibile che lega Napoli a Los Angeles, il Vesuvio alle colline di Hollywood, la memoria delle origini alla necessità di reinventarsi. Luca Riemma quel filo non lo ha mai spezzato. Attore, artista e produttore, da quindici anni ha scelto gli Stati Uniti come casa professionale, attraversando mondi, set e linguaggi diversi, lavorando con alcuni dei più grandi maestri del cinema internazionale. Eppure, come ci ha detto lui stesso, il suo sguardo è rimasto “sempre verso il Vesuvio”.
La sua è una storia di migrazione artistica, di identità che si trasformano senza perdersi, di radici che non diventano mai nostalgia ma bussola. Dal cinema indipendente alle grandi produzioni americane, dai set italiani a quelli internazionali, Luca costruisce una carriera che tiene insieme disciplina, rischio e una profonda consapevolezza del mestiere dell’attore. Oggi, tra nuovi progetti ambiziosi e un ritorno significativo alle produzioni italiane, il suo percorso sembra chiudere cerchi e aprirne altri, con la stessa fame e lo stesso rispetto di chi sa che ogni ruolo è, prima di tutto, una responsabilità.
1. Sono passati quindici anni da quando hai scelto di trasferirti negli Stati Uniti. Un viaggio non solo geografico ma umano e artistico. Che uomo e che attore eri quando sei partito, e chi senti di essere oggi? E quanto ha contato - e conta ancora - quello sguardo “sempre verso il Vesuvio” nel mantenere viva la tua identità?
Credo che “un albero che non riconosce le proprie radici sia destinato a seccare”. Quando sono partito avevo grandi sogni, accompagnati da molta curiosità e da molte insicurezze: ero un ragazzo molto sensibile, ma che non ha mai avuto paura delle avventure e dei grandi punti interrogativi. Arrivai a Los Angeles per studiare recitazione, pur avendo già avuto molte esperienze in Italia e avendo anche ricoperto ruoli da protagonista in Rai per vari anni.
A Los Angeles non mi conosceva nessuno, se non il mio primo mentore, Paul Aaron, il “padrino di Keanu Reeves”, che avevo conosciuto qualche anno prima all’Ischia Global e che mi invitò a perfezionare l’arte della recitazione studiando a Hollywood. Arrivai con grande entusiasmo a Los Angeles insieme a un caro amico regista, Antonio Manco, che mi fece compagnia. Devo dire che il vero film è stata proprio la nostra avventura, fino a quando conobbi la ragazza che sarebbe poi diventata mia moglie e la madre di nostra figlia, Benedetta. Ma questo è ancora un altro film.
Insomma, potrei scrivere una saga per l’intensità con cui ho vissuto queste esperienze, che hanno forgiato la mia vita e reso l’uomo che sono oggi. Fino al mio arrivo in California, attorialmente ero meno tecnico ma più libero di osare, più insicuro dal punto di vista tecnico ma sempre animato da un immenso entusiasmo, alimentando la linfa vitale della creatività. Vivevo ogni giorno in pieno, godendo del processo tra lo studio alla Edgmar School di Michelle Danner, a Santa Monica (dove ho studiato per tre anni), e la vita da eterno curioso.
Oggi sono un uomo migliore. Dico sempre che gli Stati Uniti mi hanno forgiato come una spada dell’antica Roma, per combattere le avversità della vita e per godere delle conquiste dell’impero che la vita stessa ci dona. Soprattutto amo chiamare gli USA “papà” e l’Italia “mamma” e, come nelle belle famiglie, i genitori sono sempre uniti: oggi non potrei fare a meno di nessuno dei due.

2. Hai attraversato due ecosistemi cinematografici molto diversi, vivendo e lavorando a lungo sia in Italia che negli Stati Uniti. Al di là dei grandi nomi, com’è cambiato il tuo modo di stare sul set, di preparare un personaggio e di relazionarti con troupe e registi passando da un sistema all’altro? C’è stato un momento in cui hai capito che non si trattava solo di un altro cinema, ma di un altro modo di intendere il lavoro e le persone? E, allo stesso tempo, hai scoperto delle analogie inattese tra i due mondi?
Ogni esperienza ti fa capire pregi e difetti, se c’è apertura, e cioè l’umiltà di continuare a imparare finché il Signore ci chiama alla vita eterna. C’è sempre da imparare. Allora c’è crescita vera quando c’è la consapevolezza di ciò che è stato e la volontà di migliorare, rimanendo ben saldi ai propri principi e valori.
Amo parlare per metafore e paragono i due mondi, USA e Italia, come le proteine: una è carne, l’Italia, tra pascoli di pensieri e praterie di passioni; l’altra è pesce, gli USA, un oceano di creature sconosciute, un oceano di opportunità, con abissi inesplorati.
In Italia è stato un percorso molto sofferto, anche per il lavoro del “rigetto”, legato al mio accento e alla lingua napoletana. Mi sono sentito dire spesso: “Eh però si sente l’accento napoletano”. Questo mi ha portato ad aprirmi e a innamorarmi della lingua inglese e degli USA, proprio per avere strumenti che allargassero i miei orizzonti personali e lavorativi.
In Italia ho imparato moltissimo facendo tanta formazione. L’esperienza nelle soap opera, in particolare Un posto al sole per la Rai, è stata una vera palestra attoriale, con ritmi serrati: a volte capitava di dover imparare sei scene per un cambio di programma. Questa pratica ricorrente mi ha fatto crescere nella gestione delle tempistiche e nell’adattamento.
Negli USA sono arrivato con un bagaglio formativo attoriale già abbastanza avanzato, ma l’adattamento a una nuova lingua ha richiesto tempo prima di potermi sentire soddisfatto. Non bisogna dimenticare che noi artisti lavoriamo con le emozioni e che le parole sono cruciali per esprimerle. Solo con grande pratica quotidiana e soprattutto con disciplina e passione, che gli USA mi hanno trasmesso, ho realizzato che non bisogna mai smettere di essere curiosi e di imparare.
3. Hai lavorato con registi iconici come Francis Ford Coppola, George Lucas e Martin Scorsese. Ti chiederei un aneddoto per ognuno di loro: non solo dal set, ma un momento che ti ha insegnato qualcosa. Cosa ti hanno lasciato, professionalmente e personalmente, questi incontri straordinari?
Inizialmente, nel lontano 2016, fui chiamato dalla mia manager di NYC, Kathy Olsen della Encompass Arts, per fare il provino direttamente con Francis Ford Coppola a Los Angeles, dove già vivevo da qualche anno. Ero molto nervoso, per le aspettative e le insicurezze di doverlo incontrare.
Finché, dopo cena, realizzai che lo stuzzicadente che stavo usando mi rilassava. Andai al provino con un pacchetto di stuzzicadenti e ricordo che ne rompevo a decina per le prove prima di entrare in sala provini. Quando mi ritrovai di fronte a Francis, lui mi disse: “SMART!”. Io gli chiesi a cosa si riferisse e lui rispose: “Stai usando lo stuzzicadenti per veicolare il tuo stress, ma non c’è ne bisogno”.
Lo disse con un tono paterno che mi ricordò mio padre. Mi alzai dalla sedia, gli feci vedere il pacchetto e mi disse ancora: “You had the courage of using this tool to channel it, but be careful not to hurt yourself”. Da lì si aprì una finestra emotiva ed empatica che non solo mi confermò per il ruolo di “Zio Antonio” in Distant Vision, ma ero l’unico a chiamarlo Francis sul set, per l’affetto reciproco e per la grande passione per il cibo che ci accomunava. Dopo una conversazione gastronomica, mi promise di prepararmi il famoso “Casatiello”, un rustico napoletano, ma alla americana, èstato un maestro di umiltà e di fratellanza.
Con George Lucas è stato tutto più tecnico. Il self tape lo feci d’estate, ero in vacanza in una camera d’albergo, quindi molto rilassato, e proprio per il mio essere in uno stato di equilibrio con la natura feci un buon provino.
Dopo essere stato confermato per il ruolo, abbiamo iniziato moltissimi incontri Zoom con i vari registi, perché per un progetto di motion capture (mocap) servono più figure chiave, non un numero fisso di registi. Ci sarà un Regista Principale che guida la visione artistica e recitativa, affiancato da un Regista della Performance (o Mocap Director) che si concentra sulle sfumature del movimento e la guida degli attori nel “volume”, e spesso un team tecnico che include il Direttore della Fotografia Virtuale e tecnici specializzati, per supervisionare acquisizione dati e animazione, lavorando insieme per trasferire il movimento reale su un personaggio digitale, specialmente nella performance capture che cattura anche espressioni facciali e dettagli.
George è una persona molto cordiale, con uno sguardo profondo e concentrato. Mi ha insegnato l’importanza della disciplina. Con Martin Scorsese, quest’anno, è stato un incontro altrettanto interessante, molto familiare, come se ci conoscessimo da sempre. Sarà per le sue origini siciliane, o perché ero innamorato del ruolo affidatomi e consapevole del mio percorso di crescita artistica, ma è stato tutto molto fluido. Dal provino alle riprese sembrava di far parte del progetto da sempre. Mi confermò che il segreto è divertirsi.
Credo sia questione di chimica e di ascolto. Anche Martin è una persona con un’energia direi frizzante, molto veloce nel pensiero e nell’esecuzione, senza mai tralasciare i dettagli. Con tutti e tre i registi ho bei ricordi, sia artistici, sia umani, e amo chiamarli incontri di formazione, perché ogni esperienza ci forma, come il vento scolpisce le rocce.

4. Stai per arrivare in due progetti molto diversi tra loro: da un ruolo suggestivo e simbolico come Gasparre in Zero A.D. a un personaggio più familiare e moderno in The Italians.
Cosa ti ha attirato di questi ruoli e cosa dovremo aspettarci? Puoi darci qualche dettaglio in più?
Sono due ruoli davvero diversi. “King Gasparre” è stato un salto nell’antichità, su un set in Marocco, nazione che amo, con grandi star come Jim Caviezel, Sam Worthington, Ben Mendelsohn, David Harewood. Quando fui confermato per il ruolo ero molto curioso, e questa apertura all’ascolto mi ha portato a creare un ruolo che poi è stato definito dal regista Alejandro Monteverde “THE SCHOLAR”. Il mio ruolo era molto interiorizzato, basato sull’ascolto e sull’intensità dello sguardo.
“Father Joe” in The Italians, essendo un dramedy, aveva un approccio sì d’interiorità, ma più leggero e caratterizzato dalla tempistica del linguaggio tipico delle commedie, con ritmi dialettici ben definiti.
In entrambi i ruoli, il viaggio emotivo è stato gratificante e divertente, perché alla base di ogni ruolo che interpreto cerco sempre di divertirmi con professionalità, per rendere le emozioni fluide e capaci di varcare i cuori e le menti di chi ci guarda.
5. Hai partecipato a The Saints, la serie docudrammatica prodotta e narrata da Martin Scorsese che esplora le vite di figure storiche quali San Francesco, Giovanna d’Arco e altri santi attraverso un racconto quasi mitico di fede e destino. Questo progetto non è un serial tradizionale ma una sorta di epopea storica in episodi, in cui ogni personaggio ha un peso simbolico e narrativo molto forte. Che tipo di esperienza è stata?
Essendo cattolico e molto devoto a Gesù e a Mamma Maria, mi sono sentito letteralmente a casa, con una sorta di nostalgia, perché nell’episodio di San Pietro, dove interpreto “Annas”, il capo dei Sadducei, Gesù era già risorto e io, “Annas”, ero testimone di un uomo, “San Pietro e i discepoli”, della gloria e della potenza di Dio.
È stato anche questo ruolo molto intenso, proprio perché il mio credo mi ha aiutato ad aprire quei filtri emotivi che portano la performance alla “verità emotiva”, come amo definirla: cioè arrivare ad essere credibili. Perché si può mentire agli uomini, ma non alla macchina da presa, che non è distratta dagli altri sensi, ma bensì focalizzata a captare ogni movimento espressivo, respiro, parola e ascolto, senza discriminazioni né giudizi.
Reputo la macchina da presa uno specchio dell’anima, dove ciò che si mostra viene rispecchiato senza nessuna modifica.
6. Dopo l’America, un ritorno importante in Italia: sarai nella miniserie Il giudice e i suoi assassini di Michele Placido dedicata al giudice Rosario Livatino e poi in Mare Fuori 6, nei panni dell’avvocato di Simone. Due ruoli molto diversi, apparentemente opposti, ma entrambi legati al concetto di giustizia. Cosa ti affascina di questo tema e cosa raccontano, insieme, questi personaggi del tuo percorso e del tempo che stiamo vivendo?
Aver lavorato con Michele Placido e il regista Beniamino Catena è stato bellissimo. Amo lavorare in Italia e mi sento benedetto nell’aver interpretato questi due ruoli opposti tra di loro nello stesso anno. Lavorare per la Rai è sentirsi in famiglia, soprattutto negli ultimi anni, quando la Rai sta producendo progetti di grande qualità, e questa è una gioia immensa per me, essendo legato molto alla mia nazione.
L’amore che ho per il “trasformismo” mi ha portato a creare il ruolo per Mare Fuori 6: l’avvocato di Simone, un ruolo pragmatico, lucido, ben calcolato, con la responsabilità morale e professionale di proteggere legalmente “Simone”, che tiene come un figlioccio.
Il sottocapo mafioso “Randazzo”, invece, è più passionale e distopico, legato alle sue radici siciliane. Non esita ad avere ambizioni grandi, che lo porteranno a colpi di scena che faranno discutere gli spettatori.
Entrambi i personaggi, seppur molto distanti tra loro, hanno in comune la sopravvivenza del loro sistema, basato su nemici reali e immaginari, e il loro scopo: il raggiungimento degli obiettivi prefissati, ma soprattutto rimanere ben saldi nelle loro posizioni. I due personaggi quasi camminano paralleli in mondi che si modulano di continuo, tra colpi di scena, tradimenti, illusioni e giochi di potere, dove la giustizia, prima o poi, bussa inesorabile e chiede conto.

7. Prima ancora di essere attore, artista. Quando hai scoperto la pittura e come ha plasmato non solo il tuo percorso artistico, ma anche la tua crescita personale?
È stato ed è il mio primo amore: la pittura. Da bambino, a sei anni, mi svegliavo di notte con il desiderio di dipingere. I miei genitori, preoccupati per questa mia abitudine e per un desiderio insolito per un bambino, dopo qualche tempo decisero di portarmi dallo psicologo, che con gioia appurò che questo desiderio profondo scaturiva dalla mia voglia di condividere i sogni tramite i dipinti realizzati nel silenzio della notte, dove di giorno la vivacità e i frastuoni di una famiglia numerosa predominavano sulla creatività, ma che essa stessa diventava musa ispiratrice delle opere realizzate.
La mia formazione artistica e la frequentazione dell’Istituto d’Arte Filippo Palizzi di Napoli sono state decisive anche per l’inizio della mia carriera attoriale, tramite un incontro con un casting director avvenuto all’interno dell’istituto, che cercava un giovane da far interpretare come camorrista nel film Luna Rossa di Antonio Capuano, con Tony Servillo. Da lì, il seme della recitazione iniziò a germogliare da una pianta già rigogliosa: quella della pittura. Entrambe fanno parte del giardino della creatività e della voglia di esprimersi attraverso le più antiche forme d’arte.
Ad oggi, la pittura è il mio rifugio ed è in fase di evoluzione, per il raggiungimento di una stabilità emotiva, sempre soggetta a mutazioni continue, e di una propria identità di stile che tarda a consolidarsi in un mondo in continua evoluzione artistica e tecnologica, dove la ricorrenza del pensiero del “prossimo step” incombe inesorabile.
Rivista online registrata al Tribunale di Napoli n. 43 del 23/03/2022
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