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Addio a Valentino Garavani, l’ultimo imperatore

Autore: Irene Pariota19/01/2026 18:40

Il mondo della moda perde uno dei suoi sovrani più longevi. Valentino Garavani si spegne a 93 anni, nella sua casa di Roma. A darne notizia la Fondazione Valentino Garavani insieme a Giancarlo Giammetti, compagno di vita e architetto silenzioso di un impero che senza di lui non avrebbe avuto struttura né durata. La camera ardente sarà allestita a Palazzo Mignanelli, i funerali nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Roma saluta un imperatore. La moda italiana perde uno dei suoi ultimi punti cardinali.

Un sistema prima che uno stilista

Valentino non è mai stato soltanto un creativo. È stato un sistema chiuso, rigoroso, ossessivo. Un’idea di mondo fondata sul controllo, sulla disciplina, sull’eliminazione del superfluo. Nato a Voghera nel 1932, capisce presto che per arrivare in alto deve andare via. A Parigi apprende la grammatica dura dell’haute couture: la disciplina prima dell’ispirazione, la gerarchia prima dell’ego. Jean Dessès, Guy Laroche, Balenciaga: assorbe tutto e torna a Roma con una convinzione definitiva. La moda non è spontaneità: è potere organizzato.

L’incontro che cambia tutto: Giancarlo Giammetti

Il primo atelier in via Condotti rischia il fallimento. Poi, nel 1960, arriva Giancarlo Giammetti. Non è una favola romantica, è un’alleanza strategica. Valentino crea, Giammetti governa. Uno vive per la bellezza, l’altro per i conti, i rapporti, il lungo periodo. Insieme costruiscono una macchina perfetta, senza improvvisazioni né indulgenza. È uno dei sodalizi più solidi e redditizi della storia della moda. Diana Vreeland li battezza “The Boys”. In realtà sono già re.

Valentino e Giammetti; Credit - Vogue

Da Pitti all’Olimpo

Nel 1962 la sfilata a Palazzo Pitti sancisce l’ingresso ufficiale tra i grandi. Ma il momento di rottura arriva nel 1967 con la collezione total white. Valentino elimina il colore nell’epoca dell’eccesso visivo, dell’hippie e della psichedelia. È l’ultimo slot dell’ultimo giorno, teoricamente il peggiore. Diventa un trionfo. Da lì in poi Valentino smette di essere una casa di moda: diventa un’istituzione.

Il rosso come dichiarazione di potere

Il “rosso Valentino” è una chiave di lettura del suo mondo. Non urla, non implora attenzione: occupa la scena. Valentino era convinto che il rosso stesse bene a tutte, che una donna vestita di rosso non sbagliasse mai. È qui la forza dei suoi abiti. Non servivano a decorare, ma a fissare un’immagine pubblica, riconoscibile, autorevole. Un’immagine che funzionava. E che funziona tutt’ora.

Credit - Il Sole 24 ore

Le donne? Le donne vogliono essere belle!

“Cosa desiderano le donne? Essere belle.” Valentino riassumeva così la sua visione. Una linea netta che, dal 1959 – anno di fondazione della maison a Roma – al 2007, quando sceglie di ritirarsi, ha guidato ogni sua decisione. Prima della moda, delle sfilate e dei red carpet, Valentino voleva rendere le donne belle. Punto. Loro lo hanno sempre capito, e per questo lo hanno issato nell’Olimpo dei creatori fin dagli esordi. Jackie Kennedy è il caso definitivo: Valentino la veste nel lutto e nel matrimonio con Onassis, due momenti che diventano immagini fondanti del Novecento. Liz Taylor, Sophia Loren, Julia Roberts, Cate Blanchett. Otto Oscar vinti con abiti Valentino. Non coincidenze. Valentino capiva il corpo, ma soprattutto il peso simbolico della bellezza quando diventa potere pubblico.

Il lusso come stile di vita

Per Valentino il lusso era una pratica quotidiana piuttosto che un’estetica: castelli, palazzi, tavole perfette, fiori ovunque, carlini come stemma araldico. Nessuna ironia, nessuna finta semplicità. Non si mescolava, ma non era inaccessibile. Sapeva che il desiderio nasce dalla distanza. John Fairchild li definì, lui e Giammetti, “i re dell’high living”. Nessuno ha mai smentito quella definizione.

La vendita del marchio e l’uscita di scena

Nel 1998 vende Valentino per 300 milioni di dollari. Prima degli altri, meglio degli altri. Capisce che la moda sta diventando finanza. Resta direttore creativo fino al 2007, poi si ritira. Non per stanchezza, ma per incompatibilità. Non accetta l’idea di pensare al prodotto invece che al sogno. Non crede nella democratizzazione della moda. E non fa nulla per fingere il contrario.

Credit - Elle

L’ultimo imperatore in scena

Il documentario Valentino – The Last Emperor lo mostra senza filtri: autoritario, vulnerabile, nervoso, umano. Non un’icona rassicurante, ma un uomo che difende il proprio mondo fino all’ultimo. Il pubblico lo capisce. Standing ovation ovunque. Nessuna derisione, solo rispetto.

Valentino Garavani lascia un vuoto nella moda e non solo. Era l’ultimo di una specie precisa: il couturier come imperatore.

 

foto di copertina: corriere della sera

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